Oggi volevo trovare una mezz’ora per scrivere, ma i miei cugini insistevano per giocare. Sono salita in camera (erano circa le quattro), perché Davide voleva un mazzo di carte per farmi delle magie. Apro l’anta della mia vecchia libreria per cercarle, penso che sono quasi due anni che non mi capita di spulciare lì dentro. Mi ritrovo, in quel caos di carte, libri, fogli volanti di qualche appunto preso di fretta, a fissare i temi del liceo. “Descrivi il personaggio di Holden, ti sei mai sentito ribelle come lui?”. Mi metto a leggere qualche riga. Frasi troppo lunghe, periodi complicati, concetti semplici. Volevo stupire, mi rifugiavo in una sintassi quasi filosofica, ero piccola…
Poi sulla sinistra vedo la pila dei diari. Ne scelgo uno a caso, anno 2003. Lo sfoglio: latino sette all’otto… Matematica cinque meno meno…
Mio cugino mi chiama da sotto “Elly, che fine hai fatto?”.
“Arrivo”.
Chiudo con un colpo secco il diario. Qualcosa scivola dalle pagine e cade per terra. La raccolgo. Una cartolina.
“Spiacente non averti vista, sei sempre nel mio cuore. Zio Gavino”.
Una frase semplice, corta, un concetto immenso. Non ricordo perché non fossimo riusciti a vederci quel giorno.
Ma che fine avevo fatto?, mi chiedo. Lui era venuto da Bolzano e io non sono andata a salutarlo.
“Ma come si fa a fare arrabbiare i genitori, zio? Quante volte l’ho chiamato per chiedergli questo. “Io voglio fargli girare le scatole, dimmi come devo fare”.
“Se vuoi ti posso insegnare come si fuma. Ma tu non sei una ribelle, tesoro”.
È così, non sono il personaggio di Holden. Ma sì, avrei voluto sentirmi come lui, qualche volta.
Oggi lo riesco a dire con meno virgole.
Passo le dita su quelle parole, l’inchiostro è qualcosa di fisico ed è come afferrargli la mano.
Una magia.
Scendo con la cartolina in mano.
“Elly, e le carte?”.

Maurizio Mårlind @Social Media Manager & Digital Marketing Specialist